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L’Ottocento

Nadar è stato il fotografo più famoso della Parigi dell’800: era noto soprattutto per i suoi ritratti, in cui sapeva far emergere la personalità delle persone, qualità affinata durante la sua attività di disegnatore di caricature. Lui stesso diceva: «La fotografia è una scoperta meravigliosa, una scienza che occupa le intelligenze più elevate, la cui applicazione è alla portata dell’ultimo imbecille, ma c’è in essa qualcosa che non si impara: è il sentimento della luce, e ciò che si impara ancora meno è la comprensione morale del soggetto, è il lato psicologico della fotografia».

Scopri tutte le invenzioni che hanno cambiato il mondo nell’album delle figurine dell’arte Arte&Scienza.

 

Sai che cosa è stato inventato nell’Ottocento?

L’invenzione della fotografia

L’invenzione del telefono

L’invenzione della radio

Pronto?

L’automobile

 

L’INVENZIONE DELLA FOTOGRAFIA

Ritratto di pittore, Joaquin Sorolla, 1903

La fotografia, fin da subito ha mostrato le sue grandi potenzialità; usata in tutti i campi, cambiò per sempre il modo di guardare le immagini e la percezione che le persone avevano della realtà. In breve tempo nacque la disputa tra fotografia e pittura; poteva considerarsi arte un’immagine fatta con una macchina? E questa nuova tecnologia avrebbe potuto sostituire la creatività del pittore?

La parola fotografia significa letteralmente “disegnare con la luce” e se è vero che la camera oscura era già stata inventata e veniva utilizzata dagli artisti già dal ‘600 bisogna attendere fino al 1826 per avere la prima foto come la intendiamo noi oggi o quasi.
Siamo a Parigi e Niépce, scienziato e studioso riesce a scattare la prima fotografia utilizzando un foglio di peltro ricoperto da bitume e a fissarla su un supporto: dopo 8 ore di esposizione alla luce, appariva sulla lastra di stagno l’immagine del cortile di casa sua.
Niépce si rende subito conto della portate di tale invenzione ma è  consapevole che bisogna migliorarne il funzionamento., così incomincia a collaborare con Daguerre e nel 1939 nasce il dagherrotipo che permette di avere un’immagine in molto meno tempo.
Nel 1840 il matematico ungherese Josef Petzval realizza il primo obiettivo calcolato matematicamente e nel 1847 il nipote di Niépce produce i primi negativi su vetro con il bianco d’uovo e alogenuro d’argento abbattendo il tempo di esposizione a 10 minuti.
Nel giro di una decina d’anni la fotografia prende sempre più prende e trova applicazione dai ritratti ai reportage di guerra.
Quella della fotografia è un vera e propria rivoluzione che non si può più fermare,
Nel 1861 James Clerk Maxwell  scatta la prima fotografia a colori della storia, sovrapponendo dei filtri rosso, verde e blu, nel 1878  il fotografo inglese Eadweard Muybridge utilizza 24 apparecchi fotografici per realizzare la prima fotografia in movimento che ritrae la corsa di un cavallo.
La storia della fotografia era appena iniziata e avrebbe per sempre cambiato il modo di guardare,  raccontare e comprendere la realtà.
Solo cinquant’anni prima Niépce non poteva neanche immaginare a che cosa aveva dato avvio il suo esperimento; dopo di lui, come in un effetto domino, in ogni parte del mondo qualcuno stava lavorando per migliorare sempre di più quello strumento speciale che oggi portiamo sempre con noi con uno smartphone.

Giornata di pioggia, Gustave Caillebotte, 1877
Gustave Caillebotte, pittore parigino dell’Ottocento, riuscì a catturare lo spirito del suo tempo, utilizzando la tela come un obiettivo fotografico.
La sua opera potrebbe essere la scena iniziale di un film: la donna e l’uomo al centro della scena svolgono un ruolo da co-protagonisti, mentre il vero focus dell’opera è la trasformazione urbana della città.
L’uomo sulla strada a destra ci spinge a entrare nel quadro e far parte noi stessi di quella Parigi che veniva trasformata dal nuovo piano urbanistico Haussmann che prevedeva l’ampliamento di vicoli tratti e tortuosi in grandi boulevards. La composizione con le figure tagliate, impensabili fino a pochi anni prima, dimostrano come la percezione del pubblico comincia a cambiare, le immagini sono sempre più “istantanee”; l’invenzione della fotografia che sembrava minacciare la sopravvivenza della pittura aveva dato invece impulso e linfa nuova ai pittori.

 

L’INVENZIONE DEL TELEFONO

Il telefono, Tamara de Lempicka, 1930.
Il telefono, la radio e la televisione devono la loro nascita all’invenzione del telegrafo.
Il congegno capace di inviare messaggi a distanza tramite segnali venne inventati dopo anni di tentativi, il 24 maggio 1844, da Samuel Morse che mandò il primo messaggio telegrafico della storia: «Che grande cosa ha fatto Dio!».
Qualche decennio dopo, Antonio Meucci depositava il brevetto per quello che sarebbe stato un oggetto rivoluzionario, il telefono. Era il 1871, per il telefono cellulare bisognerà aspettare il 1973, 100 anni dopo!
Ci vollero invece più di 100 anni per riconoscere il merito dell’invenzione a Meucci.
Attribuito per più di un secolo a Alexander Graham Bell, nel 2002 il Congresso degli Stati Uniti ha riconosciuto all’italiano il merito dell’invenzione.
Riavvolgendo il nastro della storia, infatti sappiamo che Antonio Meucci lavorava a un prototipo di telefono già dal 1834 quando viveva a Firenze; trasferitosi prima a Cuba e poi a New York, costruì il primo modello che chiamò telettrofono e che gli permetteva di comunicare con la moglie in un’altra stanza della casa.
Nel 1865 riuscì a costruire un apparecchio perfettamente funzionante, paragonabile ai telefoni di oggi.
Chiamò la sua invenzione Sound Telegraph e depositò un brevetto temporaneo al costo di 10 dollari l’anno perché non poteva permettersi di pagare i 250 dollari per un brevetto definitivo.
Inviò così il suo progetto a diverse compagnie telegrafiche, tra cui la Western Union Telegraph Company in cui lavorava Bell.
La compagnia rifiutò e dichiarò di aver perso persino il materiale ricevuto.
Lo stesso anno Bell depositò il brevetto, aggiudicandosi il riconoscimento di inventore del telefono. A nulla valsero le proteste di Meucci. Il resto della storia a questo punto lo conoscete!
Per i più curiosi, è possibile vedere ancora oggi il telettrofono di Meucci al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci.

 

L’INVENZIONE DELLA RADIO

Litografia “Babbo Natale ascoltando la radio” Biglietto pubblicitario per la rivista San Nicola, dicembre 1924

Inventata alla fine dell’Ottocento la trasmissione di onde radio fu utilizzata inizialmente per trasmettere messaggi a distanza (un po’ come il telefono), finché negli anni Venti nacquero le prime stazioni radiofoniche.

Proprio come per tutte le invenzioni, furono decisive le scoperte di più scienziati e alla fine come in un puzzle, ognuno appose la sua tessera per arrivare a questa straordinaria invenzione che cambiò la vita di milioni di persone.
Le onde elettromagnetiche erano state scoperte nel 1873 dal fisico scozzese James Clerk Maxwell; pochi anni dopo un suo collega tedesco, Heinrich Rudolf Hertz, riuscì a generare onde utilizzando l’energia elettrica e nel 1894 il fisico inglese Oliver Lodge, costruì il primo rivelatore di onde elettromagnetiche.
Da lì in poi la strada era aperta e tra il 1895 e il 1896 Marconi in Italia e Popov in Russia, senza saperlo, stavano lavorando a un congegno capace di inviare e ricevere segnali radio.
Marconi anticipò di pochi giorni l’inventore russo e il 2 giugno 1896 riuscì a depositare per primo il brevetto della radio.
Non si comprese da subito il potenziale della radio, che rimase uno strumento per pochi, fino a dopo la prima guerra mondiale quando accanto all’utilizzo amatoriale comparvero le prime emittenti radio che trasmettevano soprattutto notizie e musica.
Il successo di una nuova musica, il jazz, scatenò un vero e proprio boom della radio, e di lì a poco nacquero quasi cinquecento stazioni.
Se siete curiosi di sapere che musiche si ascoltavano allora, abbiamo fatto per voi una selezione:
ascolta la musica dell’epoca

 

PRONTO?

Il telefono senza fili, illustrazione.
Pronto, quel modo tutto italiano di rispondere al telefono!
In tutto il mondo o quasi, la risposta al telefono è la stessa: in inglese con il tipico Hello, ma anche in francese, spagnolo, tedesco si risponde al telefono con un semplice ciao o buongiorno.
In Italia invece, abbiamo un modo tutto nostro di rispondere, con quel “Pronto!”, che ci indica subito che il nostro interlocutore è italiano.
Ma da dove viene questa usanza?
All’inizio tutti i collegamenti avvenivano tramite un centralino che smistava le chiamate; quando il collegamento era pronto, il centralinista avvisava con un sonoro Pronto!
Da lì la tipica espressione che indica l’inizio di una conversazione telefonica.
Se pensate che questi siano racconti legati all’Ottocento, in realtà in Italia ancora nel 1970 bisognava parlare con un centralinista per fare una chiamata fuori dal proprio distretto.
Cento anni prima Antonio Meucci aveva depositato il brevetto di quel congegno straordinario del telefono.
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L’AUTOMOBILE

Le Quattro ruote con un motore che hanno cambiato il mondo!
Ci volle quasi un secolo per sviluppare una vettura capace di sostituire la carrozza trainata da cavalli. La prima carrozza senza cavalli era del 1769 ed era una sorta di trattore con un motore a vapore; fu poi, nel 1830 che lo scozzese Robert Anderson inventò un’automobile elettrica, che utilizzava delle batterie che andavano sostituite una volta esaurite.
Le auto elettriche furono sviluppate per diverso tempo, finché, nel 1861, il tedesco Nikolaus Otto inventò il motore a quattro tempi e poco dopo Gottlieb Daimler creò un motore alimentato a benzina. Inutile dirvi che Rudolph Diesel, inventò una versione modificata di quel motore, alimentata a gasolio che consentiva di usare meno carburante.
Infine, Il 3 luglio 1886 Karl Benz presentò il brevetto dell’automobile, la “Velociped” con motore a scoppio: la sua vettura aveva un motore a un cilindro orizzontale con una cilindrata di 577 cc e una potenza di 3⁄4 di CV a 400 giri/min.
La popolarità di questa vettura arrivò due anni dopo, quando la notizia del viaggio di Bertha Benz suscitò molto clamore. La moglie dell’inventore infatti, prese segretamente uno dei tre prototipi del marito per far visita alla madre; percorse circa 100 chilometri ma a un certo punto si dovette fermare per far rifornimento e, dato che il carburante utilizzato era un solvente, si fermò alla farmacia di Wiesloch, che divenne così la prima stazione di servizio della storia.
Sappiamo come è andata a finire e la popolarità di quello che sarebbe diventato il mezzo di trasporto più diffuso nel mondo.
La sfida oggi è quella di sviluppare tecnologie sempre più efficienti e sostenibili, magari l’auto senza benzina che sembra un sogno oggi, sarà possibile nei prossimi anni.
Nell’immagine: Juan Manuel Fangio, “Hardy Wilfred”, 1950 circa.

 

 

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