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Un inizio turbolento

ROMA, 1503
Siamo in pieno Rinascimento, Giulio II, nipote di quel Sisto IV che aveva dato il via alla Cappella Sistina viene eletto Papa. In quel periodo la volta della Cappella, decorata come un cielo stellato, è già irrimediabilmente danneggiata; si cerca prima di sistemarla con un intervento del Bramante, architetto alla corte papale ma Giulio II che ama pensare in grande, immagina un progetto da commissionare a Michelangelo Buonarroti.

Ci vuole del tempo per convincere l’artista ad accettare la commissione: Michelangelo, che si considera solo uno scultore, non ritiene che la pittura sia la sua arte. Ma dire no a Giulio II è alquanto difficile: vuoi perché è il papa, vuoi per il suo carattere irascibile, neanche Michelangelo alla fine riesce a farlo desistere.

Il loro rapporto è già piuttosto turbolento: qualche tempo prima Giulio II aveva chiesto a Michelangelo di realizzare il suo monumento funebre; l’artista era andato a Carrara a scegliere personalmente il marmo e era rimasto lì otto mesi per dedicarsi a questo progetto. Al suo ritorno, il papa pensava già ad altro e rifiutò di dare udienza all’artista, che scappò a Firenze offeso. Il papa mandò ambasciatori e messi per farlo tornare a Roma, ma Michelangelo non volle saperne fino a quando Giulio II non minacciò di far guerra a Firenze.

È così che Michelangelo torna a Roma e, quando questa volta gli viene chiesto di affrescare la volta, non può dire di no.
La commissione è ambiziosa oltre misura: affrescare cinquecento metri quadrati a 20 metri d’altezza (un palazzo di 7 piani), e Michelangelo era principalmente uno scultore. Per prima cosa deve risolvere il problema dell’altezza; dipingere a più di 20 metri non è cosa da poco e la soluzione trovata dal Bramante non gli va a genio: il ponteggio, una volta tolto, avrebbe lasciato dei buchi nella volta e allora ne progetta uno che fissa le travi al muro e che gli consente di lavorare da solo, in sicurezza e senza rovinare la superficie da affrescare.

Su quel trabattello, sospeso tra cielo e terra, Michelangelo ci rimane per quattro anni: dipinge in piedi, col colore che gli cola negli occhi e con la schiena inarcata. Quando la sera scende dal ponteggio è disorientato, ha gli occhi che bruciano e non ha neanche mangiato.

Pe prima cosa dipinge  la scena del diluvio ma ben presto la deve rifare perché l’intonaco, probabilmente troppo umido, mostra la comparsa di muffe. Michelangelo studia, prova, guarda gli affreschi dal basso e aggiusta le proporzioni. Abbandona il più possibile la pittura a secco e sperimenta l’affresco.  Impara mentre dipinge e non si perde d’animo. Il risultato è quello che ancora oggi ammiriamo, alzando gli occhi verso la volta della Cappella Sistina.

Davanti a tanta bellezza, viene naturale pensare che un’opera così straordinaria possa essere nata soltanto dal genio di un artista fuori dal comune. E senza dubbio Michelangelo era un genio, dotato di un talento smisurato. Ma la sua lezione più grande è forse un’altra: anche il genio più straordinario ha dovuto affrontare difficoltà, commettere errori, imparare dai propri sbagli e riprovare.

 
Questa e altre curiosità nell’album Il segreto della Cappella Sistina.
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