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Quando il capolavoro è un gioco di squadra!

Quando si entra nella Cappella Sistina, si rimane con il naso all’insù, rapiti dall’impressionante numero di soggetti che vivono tra le pareti, la volta e l’altare e che danno vita a una sceneggiatura degna dei più grandi colossal cinematrografici.

Si dice che entrando nella Cappella Sistina si venga assaliti da questo “caos semantico”: scene che raccontano, figure che si intrecciano e compongono un universo di simboli.

Siamo abituati a pensare ai capolavori come al prodotto di un singolo genio.

La Sistina, già prima di Michelangelo, ci racconta qualcosa di diverso: anche le grandi visioni hanno bisogno di persone  diverse che riescano, in qualche modo, a lavorare nella stessa direzione. Papa Sisto IV chiama infatti i migliori pittori italiani a decorare quella che un tempo era chiamata cappella Magna.  Oggi diremmo che ha chiamato una squadra di fuoriclasse, tutti insieme, lì, nello stesso momento. Perugino, Botticelli, Ghirlandaio, Signorelli… Michelangelo ancora non è nato; nasce l’anno dell’inizio dei lavori.

Per prima cosa i pittori sono chiamati ad affrescare le pareti laterali; il Papa vuole una cosa grandiosa ma come fare e far convivere insieme personalità di quel livello all’interno di un unico progetto? Come si tiene insieme la libertà di artisti così importanti con un programma che deve mantenere una propria unità?  Perché ognuno di loro arrivava con la propria mano, la propria esperienza, il proprio modo di raccontare per immagini. Eppure ognuno rinuncia a essere protagonista e presta la propria abilità al servizio dello scopo comune: c’è chi fa proposte, chi fa un passo indietro, chi organizza e tiene insieme i pezzi. Diciamo che il capitano della squadra lo fa Perugino che dialoga, coordina, media tra le diverse personalità.

Il risultato è magistrale: 12 affreschi (5,5 m x 3,5 m ciascuno), speculari, dialogano uno di fronte all’altro. Dal punto di vista tematico ogni scena racconta qualcosa che in qualche modo viene richiamata dall’affresco di fronte. E diventa quasi un gioco rintracciare personaggi, eventi che anticipano e spiegano quello successivo. Alla fine, anche l’occhio meno esperto riesce a seguire i protagonisti senza perdersi: gli artisti usano infatti un piccolo trucco. Gli stessi personaggi compaiono più volte nella scena, proprio come succede in un fumetto, e i loro abiti diventano un indizio prezioso per riconoscerli ogni volta.
Ogni affresco, come in ogni sinfonia ben riuscita in cui ogni strumento fa la sua parte, lascia trapelare la personalità e la peculiarità dell’artista che lo ha realizzato. Si riconosce l’armonia e la simmetria di Perugino, il cromatismo nelle opere di Rosselli, l’uso della luce del Ghirlandaio.

Quanta competenza artistica, ma anche quanta capacità di relazione, deve essere servita per tenere insieme tutto questo? E quanto confronto ci sarà stato tra gli artisti, il Papa e i teologi chiamati a dare forma al racconto?
Davanti ai grandi capolavori, così come quando ci si trova davanti a grandi scoperte scientifiche, si scopre quasi sempre che c’è sempre stata una “squadra vincente”, raramente il risultato di un uomo solo.

In un’epoca dominata dall’individualismo e dalla ricerca della prestazione, in cui arrivare primi sembra contare più che arrivare insieme, ammiriamo ancora di più ciò che questi artisti ci hanno lasciato in eredità: non solo un capolavoro, ma una straordinaria lezione di collaborazione.

Alla prossima, amici Artonauti, che ognuno di noi possa trovare la sua squadra vincente!

 
Questa e altre curiosità nell’album Il segreto della Cappella Sistina.
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