Dove nascondereste degli oggetti di valore inestimabile?

I film ci hanno abituato ai caveaux con le casseforti e alle stanze segrete nascoste dietro alle porte a specchio, ma diciamoci la verità: nella vita di tutti i giorni spesso ci basta una soffitta polverosa o una cantina un po’ umida.

Edvard Munch invece se l’è cavata con una soluzione ancora più semplice, utilizzando il secondo piano di casa sua come nascondiglio. Ma cosa avrà mai dovuto proteggere, occupando tutto il piano di una villa di campagna?

Opere d’arte. Tante opere d’arte, le sue: parliamo di oltre 21.000 creazioni. Il lavoro di una vita, tra cui più di 1000 dipinti e più di 4000 disegni.

Correva l’anno 1940 quando i Nazisti invasero la Norvegia e Munch, che aveva 76 anni, iniziò a vivere nella paura che le sue opere potessero essere confiscate. A buona ragione: negli anni precedenti i nazisti avevano già messo al bando 71 suoi lavori e Munch decise così di chiudere agli ospiti il secondo piano della sua villa.

Il fumo del treno, opera di Edvard Munch del 1900
Il fumo del treno, opera di Edvard Munch del 1900

Ma non pensate si tratti solo della giusta paura della confisca. Infatti Munch, che non si era mai sposato, considerava le sue opere come dei figli e detestava separarsene. Al punto che, dopo aver vissuto tra Parigi e Berlino, era tornato in Norvegia dove aveva acquistato la villa in cui avrebbe vissuto gli ultimi 27 anni della sua vita, circondato dalle sue stesse creazioni.

Nel 1944, alla morte di Munch, le autorità restarono sorprese nel ritrovare l’immensa collezione del grande artista norvegese dietro porte chiuse. Non fu difficile capire cosa fare di quei capolavori: quattro anni prima, proprio in quell’anno in cui i Nazisti avevano invaso la Norvegia, l’artista aveva già manifestato nel suo testamento la volontà di lasciare le opere in dono alla città di Oslo.

I tesori nascosti al secondo piano della villa sono oggi al sicuro al museo che porta il nome di Munch. Troppo spesso citato per la sua vita piena di episodi tragici, ci piace ricordare Edvard Munch sotto un’altra luce: quella di un uomo che con le sue ultime volontà ha deciso di affidare i suoi figli alla sua città – e dunque al mondo – affinché tutti potessero vederli continuare a vivere nel loro splendore.

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