Artonauti in carcere: in viaggio tra scrittura creativa, Gioconda e Ultima Cena

La casa circondariale di Como è una struttura bassa, di color mattone spento. È una struttura discreta, che sembra nascondersi ai piedi di un lieve pendio, dietro un filare di alberi che conduce a un anonimo parcheggio. Dal centro storico di Como si raggiunge con un autobus che si inerpica su per la collina, attraversando un quartiere periferico, e che fa capolinea proprio in quell’anonimo parcheggio: il carcere come ultima fermata.

Eletta mi ha aspettato alla fermata dell’autobus, poco fuori dalla città medievale. È un’appassionata di divulgazione a 360°, ha un dottorato in biologia marina, un passato legato al mare e allo studio delle balene e nella vita si occupa di quella che ama chiamare didattica creativa: in carcere, in un giardino botanico e in un museo della provincia di Como. Collabora con l’associazione Bottega Volante e, per sua stessa ammissione, alla base di tutto il suo lavoro c’è la creatività, il vero motore che anima ogni diverso progetto che coltiva con passione.

Sull’autobus Eletta ha modo di introdurmi a uno di questi: “Il laboratorio di scrittura creativa che vedrai oggi è il più vecchio, un progetto che porto avanti da tre anni. Per questo laboratorio, al momento lavoro con uomini tra i 40 e i 50 anni, incriminati per reati legati alla tossicodipendenza. Quattro italiani e uno straniero”. Viaggia con due borse di tela cariche di libri: “Oggi ho pensato di proporre un’attività legata a Leonardo da Vinci, ho portato una rivista e anche qualche indovinello. Vediamo come va”.
Il tempo di una chiacchiera e il carcere si profila all’orizzonte. La mia richiesta di visita era già stata approvata, lascio i documenti all’ingresso e prontamente ricevo un badge identificativo: “Non perderlo perché a questo cartellino è legata la tua carta d’identità”. Accetto la responsabilità con un sorriso.

Attraversiamo il cortile e mi trovo di fronte alla porta d’ingresso della struttura vera e propria, un enorme cartello ricorda che si tratta di una porta automatica. Il dettaglio mi sfugge, la porta si apre troppo lentamente e cerco di spingerla, non è il caso. Mi fermo immediatamente, Eletta sorride: mi giustifico affermando che si tratta di un luogo con cui non ho familiarità.

Lascio tutti i miei effetti personali, computer, chiavi, cellulare. Isolato dal resto del mondo, porto con me solo il quaderno per appunti con la copertina di cartone, un pennarello e le otto bustine di figurine che ho deciso di portare in regalo ai detenuti. Un altro giro di porte e, all’ingresso di una nuova struttura, lascio che il mio nominativo venga iscritto a penna in un nuovo registro e seguo Eletta verso la sala multifunzionale in cui si svolge il laboratorio. Ci resta il tempo di passare dall’ufficio del SER.T per fare due fotocopie e chiedere di aprire la sala, attraversando un’altra porta, aperta da un un agente di Polizia Penitenziaria. Aspetto con pazienza perché ho imparato la lezione: ho smesso di forzare i tempi del carcere e delle sue porte automatiche.

“Lascio tutti i miei effetti personali, computer, chiavi, cellulare. Isolato dal resto del mondo, porto con me solo il mio quaderno per appunti con la copertina di cartone, un pennarello e le otto bustine di figurine che ho deciso di portare in regalo ai detenuti”

La sala multifunzionale ricorda una di quelle scuole pubbliche che avrebbero avuto bisogno di più cura nel corso degli anni. Sulla destra un palco, al centro degli scivoli di platica: “È la stessa stanza che si usa per gli incontri di genitorialità”, specifica Eletta. Nell’essere semplice e spartano è un ambiente accogliente, che ispira serenità.

Lo stesso agente che ci ha aperto la sala è andato a chiamare gli iscritti al laboratorio nelle rispettive celle. Il primo ad arrivare è Maurizio, un uomo dagli occhi azzurro intenso e dall’energica stretta di mano. Si presenta, è contento di incontrare l’ospite della giornata, inizia a fare il punto con Eletta su chi sarà presente. Seguono Lorenzo e Alessandro, che ci aiutano a recuperare i tavoli e a disporre le sedie.

L’attesa è il momento adatto per scartare qualche pacchetto di figurine. Eletta estrae i pacchetti che porta tutte le settimane al laboratorio, la seguo e metto sul tavolo i miei. Maurizio è visibilmente stupito: “Ma quanti ce ne hai portati!”, nonostante fossero otto di numero. Dopo qualche minuto, ci raggiunge anche Alberto mentre apprendiamo che il quinto partecipante ha la febbre e non potrà essere con noi. La squadra è chiusa.

Lorenzo, un uomo minuto ma con lo sguardo vivo, attacca le figurine. Credevo fosse il fortunato scelto per l’occasione ma ho modo di capire che è stato nominato “attaccatore ufficiale” per tutti i laboratori, maestro di precisione. Maurizio inizia a organizzare le figurine a mano a mano che escono dai pacchetti: “Va bene aprirli ma non troppi, teniamoli per settimana prossima e vediamo di capire quali abbiamo già e quali no”. C’è sempre un pizzico di delusione per i doppioni ma, fortunatamente, la figurina 88 completa gli Angeli della Cappella degli Scrovegni di Giotto.

Eletta presenta il libro che i suoi iscritti dovranno leggere per il mese. Approfitta per far leggere a ognuno i compiti della settimana: ha distribuito dei fogli su cui ha appiccicato degli adesivi a forma di occhio, componendo diversi tipi di sguardo. Ispirandosi al cappello-boa-elefante del Piccolo Principe, ha chiesto di scrivere un breve paragrafo di commento agli sguardi, a partire dalle emozioni che erano in grado di suscitare ai detenuti.

Ci ha raggiunto Paolo, il responsabile del SER.T, che si complimenta per l’album: “È un bellissimo strumento, se ci metti dentro gli occhi ti perdi subito, riesce a prendere anche gli adulti”. Lo ringrazio mentre in sottofondo sento Lorenzo paragonare il puntinismo di Seurat alla tecnica del mosaico. Sfogliando l’album anche gli angeli della Madonna Sistina di Raffaello sono familiari agli iscritti al laboratorio, che si ricordano dell’icona POP legata a Fiorucci.

Chiusa la lettura dei compiti, Eletta prende l’album, apre le pagine dedicate a Leonardo e inaugura l’attività del giorno: parlare di questo grande toscano sottolineando il suo lato umano, lontano dal racconto popolare che lo vuole genio senza se e senza ma.
Alessandro, che era rimasto a osservare fino a quel momento, non ci sta. Eletta si è documentata attraverso diverse fonti ma non ha nemmeno il tempo di leggere qualche passaggio o di citarle. Alessandro tiene a difendere il maestro toscano, ricorda che il merito di Leonardo è stato quello di riprendere, sistematizzare e approfondire contributi di altri grandi che lo avevano preceduto. E si lancia in un paragone con la sua vita personale: “Dire che non è stato un genio è falso. Come quando agli inizi degli anni ’90 si diceva il falso, affermando che noi albanesi siamo venuti in Italia dopo aver visto un cartellone pubblicitario lungo la strada. La verità è che noi siamo cresciuti con il cinema italiano degli anni ’50 e ’60, con De Sica e Gassman, quando era meglio di Hollywood. Altro che cartellone, siamo venuti per quello”.

Eletta ha finalmente spazio per riprendere a parlare. Ricorda che Leonardo era un figlio illegittimo, motivo per lui di grande sofferenza. Che aveva un sacco di idee ma che era spesso inconcludente, lento nell’esecuzione delle opere, spesso in ritardo con la committenza, finendo per non essere pagato. Allo stesso tempo però un ingegnere autodidatta, come si vede dalle macchine che compaiono anche nell’album. E anche un uomo coraggioso, che vivisezionava di nascosto i cadaveri per i suoi studi anatomici. Eletta estrae il primo libro di una serie e mostra i disegni anatomici di Leonardo per lo stupore dei partecipanti. Maurizio è ancora una volta visibilmente colpito.

Siamo partiti dall’album per parlare della vita di Leonardo ma è subito tempo di tornare alle figurine. Più precisamente alla Gioconda, che hanno già trovato nelle settimane precedenti e che Lorenzo ha già attaccato. Qualche domanda di rito sull’opera, i detenuti sono ferrati. Alessandro in particolare menziona il viaggio in Francia verso la corte di Francesco I, la fuga con la Gioconda che non è stata rubata dai francesi, l’ipotesi che sotto la figura femminile si nasconda un autoritratto di Leonardo stesso. Alessandro non nasconde di preferire il Cenacolo a Monna Lisa, Eletta estrae un altro libro con una riproduzione più grande della Gioconda e invita i detenuti a guardare attentamente il dipinto con l’obiettivo di scorgere un particolare segreto.

Maurizio, il simpatico del gruppo, avanza l’ipotesi che Monna Lisa abbia il seno rifatto. Poi si concentra e crede di vedere un pollice mancante alla mano sinistra. Qualcuno nota un castello sullo sfondo, qualcun altro nota un sopracciglio sospetto. Alberto è convinto di aver visto un “mezzo Cristo sfumato” sullo sfondo a sinistra. Mi sento in dovere di intervenire, chiedo cosa intenda per mezzo Cristo sfumato. Prendo il libro, guardo e continuo a non capire. Ma in qualche senso sì, scorgo anche io un mezzo Cristo sfumato.

Eletta svela l’arcano: il dettaglio da scovare era la tecnica dello sfumato e della prospettiva aerea. Torna di colpo all’album, chiedendo di confrontare i contorni di Monna Lisa con quelli della Presentazione al tempio dipinta da Giotto sempre nella Cappella degli Scrovegni. I partecipanti al laboratorio osservano incuriositi come i soggetti dipinti da Leonardo non siano definiti e come i contorni delle figure si fondano tra loro. Eletta introduce l’ipotesi secondo cui Leonardo abbia fatto largo uso di questa tecnica perché era miope e aveva dunque uno sguardo naturalmente sfumato sulla realtà. Maurizio spalanca gli occhi ma torna in sé quando si paventa l’ipotesi secondo cui la protagonista del dipinto potesse essere incinta: “Incinta di chi? Del Giocondo o di Leonardo? Con quello sguardo enigmatico la Gioconda non me l’ha mai raccontata giusta”.

Rido anche io. È l’occasione per introdurre l’ultimo dipinto della giornata, l’Ultima Cena, per la gioia di Alessandro. Santa Maria delle Grazie in corso Magenta, il refettorio, mi inserisco al volo con un piccolo contributo sulle difficoltà di conservazione legate all’umidità dell’ambiente. Lorenzo, che scopro essere un grande appassionato di disegno, è interessato alla pittura su parete e introduce una speciale tecnica utilizzata in carcere: “Basta mischiare il colore di un pennarello con il dentifricio e poi applicarlo sul muro. Si secca e si ottiene un effetto molto simile a quello di Leonardo”.

Eletta ha prontamente estratto un altro libro che riproduce il Cenacolo per intero e che, nelle pagine successive, dedica degli ingrandimenti a specifiche sezioni del dipinto. Ricorda l’episodio ritratto da Leonardo, il momento in cui Gesù annuncia agli apostoli che da lì a tre giorni qualcuno di loro lo avrebbe tradito. Invita a commentare la disposizione delle figure e a riconoscere i personaggi con i loro stati d’animo. I detenuti raccolgono la sfida alzandosi in piedi, per avere una migliore visuale sul libro.

Nella sala polifunzionale di un carcere di provincia, nascosto tra le colline, quattro detenuti per reati legati alla tossicodipendenza sono in piedi, con il dito puntato su un libro d’arte, a commentare l’Ultima Cena come fossero dei critici.

Maurizio vede i personaggi angosciati, preoccupati, delusi per la notizia che hanno appena appreso.  Lorenzo descrive l’atteggiamento dell’apostolo Andrea, ritratto come a dire “Non guardate me”. Commenta anche lo stato di Giacomo, che è raffigurato come qualcuno che dice di non aver niente da nascondere. Intervengo ancora brevemente, invito a cercare qualche dettaglio iconografico per riconoscere i personaggi e Alberto va alla ricerca di un sacco di monete per identificare Giuda.

Eletta si è documentate e continua a offrire spunti e teorie, fa notare che agli Apostoli ritratti da Leonardo manca qualcosa. “Le aureole”, conferma Alessandro, specificando che “i cerchi” sono comunque stati ripresi dall’iconografia del Buddhismo. Nel cercare di riconoscere gli stati d’animo, i detenuti si ritrovano a mimare i gesti, come fosse una recita. Lorenzo, guardando il libro, nota che il colore utilizzato da Leonardo tende a sgretolarsi, proprio come quello prodotto con il dentifricio in carcere.

Maurizio ci lascia, da qualche settimana lavora in cucina aiutando nella distribuzione dei pasti. Mi saluta stringendomi la mano e mi chiede di rivederci. Con gli ospiti rimasti, Eletta si avvia alla conclusione del laboratorio introducendo qualche indovinelli, brevi frasi in italiano cinquecentesco usate da Leonardo per descrivere oggetti o azioni. Sono difficili, abbiamo bisogno delle soluzioni, resta solo il tempo per assegnare il compito per la prossima settimana: un esercizio di scrittura creativa a partire dal tema “La mia Gioconda”.

Lo stesso agente che ci aveva aperto la stanza ci richiama gentilmente all’ordine, usciamo in corridoio per congedarci. Ho una domanda finale: “In tutto questo non vi ho chiesto cosa pensate dell’album”.
“Un parere sicuramente positivo”, mi assicurano. “È istruttivo, tiene in allenamento la mente e se non ci piacesse non ti avremmo mica invitato”. Non ho niente da obiettare. “Anche perché” – chiosa Lorenzo – “stare in carcere a tratti è un po’ come tornare bambini”.

Mi resta solo il tempo di un’ultima stretta di mano, raccolgo un altro invito a tornare a fare loro visita che i carcerati imboccano silenziosamente le scale, in direzione delle loro celle. Proprio in quel momento scende Maurizio, di ritorno dal turno di servizio per la distribuzione dei pasti. Mi ringrazia ancora una volta per essere passato, Eletta gli annuncia che il compito per la prossima settimana sarebbe stato di suo gradimento. Immaginate il tema: la mia Gioconda, o meglio la Gioconda secondo Maurizio, il simpatico. Sorride curioso e ci dice che non vede l’ora di tornare in cella per scoprirlo, prima di sparire dietro l’ennesima porta. Rigorosamente automatica.

Lorenzo ha colto l’occasione del compito a tema sulla Gioconda per portare un disegno al posto di un testo scritto: ecco il risultato.